4 novembre 2008
Per i motociclisti e gli scooteristi d’Italia non è un dato che merita sorpresa quello diffuso dalla Fondazione Ania: il nostro Paese in Europa è quello meno sicuro per le due ruote. Morto che parla: ll 25,9% dei decessi dovuti a incidente stradale coinvolgono una moto o uno scooter. Più di un morto su quattro sulla strada è un motociclista. Troppi i morti sulle due ruote, che confermano i dati diffusi lo scorso anno e di cui avevo già parlato.
Sconcertante è che un morto su quattro, tra le vittime delle strade a livello continentale, è sempre un motociclista italiano. Di fatto il 26,6% dei morti sull’asfalto europeo viaggia in Italia su due ruote. Nell’Unione Europea negli ultimi 13 anni c’è stata una flessione del 6%: cioè si è passati da 5.835 morti centauri del 1995 a 5.484 nel 2008. In Italia c’è stata un’impennata: da 1.187 del 1995 a 1.458 di oggi.
A cosa può essere dovuta questa vera e propria mattanza? Probabilmente anche ai numeri del mercato. L’Italia, complici la tradizione (e le grandi firme: dalla Ducati alla Piaggio) e il clima mite, ha un mercato motociclistico molto sviluppato. Ma non ci si può nascondere dietro un dito: le strade in molti casi sono da terzo mondo. Altro che problema dell’alcool e incoscienza di chi cavalca: lo Stato sogna il Ponte sullo Stretto di Messina e lascia migliaia di individui allo sbaraglio nella giungla d’asfalto.
24 ottobre 2007
L’Italia è la nazione europea dove si registrano il maggior numero di incidenti su due ruote. Nel 1994 eravamo al terzoposto come numero di vittime (19% del totale), dal 2003 siamo al primo posto con 1.441 vittime (24%) che sono diventate 1.474 nel 2004 (26%) e 1.404 nel 2005 (26%).
Secondo le previsioni della Consulta nazionale per la sicurezza stradale con l’attuale trend nel 2010 le vittime in incidenti con moto e ciclomotori toccheranno quota 30%. I motociclisti che muoiono sulle nostre strade sono il 26% delle vittime totali, con punte che toccano anche il 50/60% nel fine settimana.
A parere di Giordano Riserbi, presidente dell’Associazione Amici della Polizia Stradale (Asaps) “le cause di questa situazione sono note. Un parco mezzi in espansione, un ritorno alle due ruote di conducenti non più giovanissimi per esigenze di mobilità nelle grandi città, potenza esagerata della classe motocicli (molti modelli arrivano a 130 km/h in prima marcia, vanno da 0 a 100 in 3 secondi, raggiongono velocità di 270/300 km/h), infrastrutture stradali che per la loro scarsa manutenzione, (in particolare del fondo stradale e per i taglienti guard rail nelle vie di fuga) e carenza nella segnaletica, non permettono errori che spesso si rivelano fatali”.
Negli altri paesi europei si stanno cercando delle soluzioni per risolvere questo grave problema. In Spagna, dove è emerso che il 28% dei motociclisti coinvolti in incidenti ha la patente da meno di 3 anni, si è deciso di vietare le maxi-cilindrate fino a 24 anni. “Tutto è cominciato analizzando in tempo reale i dati dell’incidentalità iberica – spiegano quelli dell’Asaps – nei primi 6 mesi del 2007, i motociclisti uccisi sono risultati essere 244, 53 in più rispetto allo stesso periodo del 2006, con un aumento del 28%. Lo scorso 11 settembre, pochi giorni prima di diffondere l’analisi statistica appena elaborata, il bollettino è stato aggiornato e le vittime delle due ruote sono divenute 390. Agosto ha segnato un aumento del 50% rispetto al mese precedente: una follia”. In pratica, un diciottenne, prima di poter salire su una mille, deve aspettare almeno 6 anni, il tempo necessario ad accumulare della preziosa esperienza. Forse, un esempio da imitare
3 luglio 2007
Il 90 per cento dei decessi tra i centauri avviene in città, per colpa di un traffico caotico e congestionato, di strade spesso in pessimo stato, di un servizio pubblico di trasporto inefficiente e dei mancati controlli sui comportamenti pericolosi dei guidatori, da parte delle forze dell’ordine. E’ questo il risultato di un’inchiesta pubblicata sul mensile Dueruote, in cui compaiono anche commenti, analisi e proposte dei maggiori esperti italiani. Secondo l’inchiesta le vittime sono soprattutto persone tra i 20 e i 65 anni, che si spostano in città tra le 7 e le 9 del mattino e fra le 16 e le 18, cioè negli orari degli spostamenti casa-lavoro. Questi risultati smentiscono il luogo comune per cui gli incidenti avvengono soprattutto nei fine settimane o sulle strade a scorrimento veloce. Sotto accusa, allora, l’esame per la patente basato sui quiz. A parere di alcuni esperti non sarebbe sufficiente per un corretto utilizzo della strada. Per poter essere in grado di circolare senza costituire un pericolo per gli altri mezzi sarebbe, infatti, necessaria un’educazione stradale vera, con corsi di guida ad integrare la prova pratica classica. “Dobbiamo spiegare ai motociclisti, in particolare ai giovani – spiega Giordano Biserni, presidente dell’ Asaps (Associazione Sostenitori Amici Polizia Stradale) – i quali hanno disponibili moto con potenze e prestazioni da gran premio, 180 cavalli e 270-300 chilometri/ora, che il posto più sicuro per non morire è la pista. Perché loro hanno in mano i mezzi ma non la sicurezza della pista. Non possiamo, però, avere le potenze da gran premio senza le regole che i gran premi impongono a chi corre, regole molto severe. Insomma, se non si rispettano i segnali dei commissari di gara si va fuori. Sulla strada, con potenze similari a quelle della pista, il rischio dei motociclisti è destinato ad ampliarsi”. Com’è successo peraltro negli ultimi anni. Un’inchiesta dell’Asaps, pubblicata nel 2006 da ‘Il Centauro’, rendeva noto che i motociclisti deceduti in incidenti stradali, nel decennio 1995 e 2004, sono stati 13.429, con un incremento pari al 31,7 per cento, e 786.985 quelli feriti (+ 44,3 per cento). Una strage che deve fare riflettere e che colloca l’Italia al primo posto tra i paesi europei come numero di vittime a bordo delle due ruote, davanti a Francia, Germania, Spagna e Regno Unito.